Assicurarsi per le calamità naturali torna indietro
Le ricorrenti notizie di gravi calamità naturali, e la frequenza con cui esse colpiscono anche il nostro Paese, ripropongono regolarmente interrogativi sulla possibilità, opportunità o addirittura obbligo di assicurare questi rischi. Terremoti, eruzioni vulcaniche, maremoti, inondazioni ed alluvioni sono gli eventi che maggiormente impattano sulla vita di intere popolazioni, sui loro patrimoni, sulle infrastrutture e sui beni pubblici in genere.
Iniziamo coi danni alle cose. Secondo la corretta logica assicurativa, che privilegia il trasferimento dei rischi con conseguenze eccedenti la capacità di sopportazione economica dell’assicurato, la risposta sembra scontata. Perché, allora, i consuntivi e le statistiche rilevano che gli indennizzi liquidati dalle compagnie assicuratrici costituiscono una modesta percentuale dei danni? Concentrando l’attenzione sull’Italia, il divario appare marcato, soprattutto confrontandolo con quello dei maggiori Paesi della U.E.
Vari fattori concorrono a determinare questa situazione.
L’Italia è, in primo luogo, un Paese assai soggetto a tutte le calamità naturali ricordate: limitandoci a un dato di sintesi, oltre la metà della popolazione vive in aree ad alto rischio geologico o idrogeologico.
La frequenza di tali eventi è molto elevata. Tutti ricordiamo i casi più drammatici, ma le statistiche di lungo termini ci raccontano di circa 60 alluvioni all’anno e di un numero doppio di frane.
Il territorio è caratterizzato anche dalla concentrazione degli insediamenti abitativi e produttivi: un evento provoca quindi danni quantitativamente rilevanti. Quanto ai costi: nell’ultimo decennio per il quale si hanno dati consuntivi (1994-2004) i 37 terremoti superiori al 4° grado della scala Richter hanno provocato appena 52 vittime, ma il costo per l’erario delle varie catastrofi naturali è stato di oltre 22 miliardi di euro, in buona misura ricavati da provvedimenti successivi all’avvenimento.
A fianco di questi tre elementi oggettivi, che motivano un approccio molto cauto degli assicuratori, ve n’è un quarto che è invece permeato da fattori culturali e caratteriali. Gli Italiani non sono propensi a spendere né in prevenzione, né in assicurazione. A ben vedere, un atteggiamento opposto sarebbe in grado di ribaltare la situazione: minor rischio e maggiore mutualità avvierebbero un circuito virtuoso e, con tutta probabilità, una dinamica di mercato che porterebbe le compagnie a proporre coperture modulari e di costo abbordabile. Sarebbe depotenziato il legittimo timore delle associazioni dei consumatori, che vedono nell’obbligo di assicurazione contro le calamità naturali un regalo alle compagnie, diffidenza che di solito isterilisce e conclude i dibattiti sul tema.
Ad oggi, dunque, non è all’orizzonte un’organica regolamentazione delle coperture per calamità naturali, l’offerta è scarsa e si assicurano (nemmeno per tutte) solo soggetti dotati di particolare forza contrattuale, o capacità di spesa, ovvero titolari di diritti o impegni derivanti da specifici contratti. Sono sempre previsti significativi scoperti e limiti di indennizzo.
Come accennato, i modelli non mancherebbero. Dai sistemi obbligatori ed esclusivamente pubblici, come quello spagnolo, a quelli puramente privati del Regno Unito, con le molte variabili miste che incontriamo, in Francia, Svizzera, Germania e vari altri.
Abbiamo sinora esaminato la situazione per quanto concerne i danni alle cose, immobili e non. E quelli alle persone?
Limitiamoci a verificare cosa prevedono normalmente le nostre polizze vita e quelle infortuni. È interessante notare che le prime, per vari motivi, valgono anche in caso di catastrofi naturali, mentre le seconde le escludono, almeno quando colpiscono il territorio nazionale, ossia quello sul quale si concentra la quasi totalità dei rischi sottoscritti.
Analizzando le statistiche, sembra lecito concludere che le tariffe correnti sopporterebbero facilmente il costo di un’estensione a favore di tutti gli assicurati. Va però notato che la domanda è molto debole, e tale resta - a differenza delle coperture sulle cose – anche nel periodo emotivo che segue tali sciagure. Non potendo contare sulla mutualità e sugli strumenti tecnici che la sostengono, le compagnie preferiscono dunque non quotare richieste episodiche, salve occasionali deroghe per affari o clienti di speciale rilievo.

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